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Il collezionismo moderno

Il collezionismo moderno ha radici che risalgono al Rinascimento, quando re e principi si circondavano di opere d’arte antiche come simbolo di conoscenza e potere.

All’epoca, molte attività di scavo condussero al recupero di queste opere, ma con l’ascesa della borghesia e degli Stati nazionali, lo Stato cominciò a rivendicare il controllo sul patrimonio archeologico per proteggerlo a nome della comunità.

Nel Settecento, si diffuse l’idea del patrimonio archeologico come un bene comune da preservare.

Nel 1939, in Italia, fu introdotta una legislazione volta a tutelare il patrimonio storico-artistico e archeologico, sottolineando il suo ruolo nell’identità e nell’unità della popolazione.

Oggi, il furto e la falsificazione di opere d’arte antiche sono considerati reati contro la comunità e lo scavo non autorizzato è visto come una violazione dell’interesse pubblico.

Tuttavia, il mercato delle antichità creato dal collezionismo può ancora incoraggiare gli scavi clandestini, che distruggono il contesto delle opere e privano la comunità del suo patrimonio storico.


Il collezionismo moderno: Il concetto di possesso

Il fenomeno del collezionismo e del mercato delle antichità viene spesso interpretato come un modo per i collezionisti di esibire il proprio status sociale attraverso la proprietà di opere antiche.

Tuttavia, questa prospettiva risulta riduttiva, poiché oggetti come gioielli, automobili di lusso e ville possono altrettanto rappresentare simboli di status.

È fondamentale esaminare il significato specifico della proprietà di antichità e opere d’arte in questo contesto.

Studi recenti hanno rivelato come il commercio delle antichità e i diversi modi in cui le opere antiche vengono utilizzate attribuiscano importanza alla dimensione psicologica ed emotiva.

Le parole di un collezionista d’arte moderna, che afferma di acquistare pezzi per il semplice desiderio di possederli, senza necessariamente esporli o godere della loro bellezza, mettono in discussione questa spiegazione tradizionale basata sull’idea delle opere come simboli di status.

L’elemento chiave qui è la pura volontà di possedere, che si concentra su un oggetto privo di una funzione pratica.

Per comprendere questa brama di possesso, dobbiamo riflettere sul significato dell’arte come tale, invece di limitarci al suo valore economico.

Cerchiamo quindi di comprendere l’utilizzo e l’abuso delle opere d’arte antiche attraverso il contributo del filosofo Martin Heidegger, il quale ha sviluppato questo concetto nel suo saggio intitolato “L’origine dell’opera d’arte”.

Il collezionismo moderno: Heidegger e la verità

Secondo Martin Heidegger, l’essenza dell’opera d’arte non risiede nel suo valore economico o nella sua bellezza, ma nel “portare alla luce la verità”.

Questo concetto di “verità” assume una connotazione storica e postmoderna, essendo intrinsecamente legato al contesto temporale in cui si manifesta.

È forse per questo motivo che le opere d’arte esercitano un fascino così intenso sul pubblico, spingendo molte persone ad acquistarle come tentativo di appropriarsi di questa verità.

Tuttavia, la concezione di Heidegger sull’arte come “evento della verità” si basa su un’attenta analisi del contesto in cui le opere sono collocate.

Questo contesto è fondamentale per la manifestazione della verità dell’opera stessa, ma allo stesso tempo è fragile e può svanire nel corso del tempo.

Le opere d’arte possono essere esposte in musei o collezioni, ma ciò che le rende accessibili al pubblico le allontana dal loro contesto originale.

Nonostante il loro potere evocativo, il trasferimento in un museo o in una collezione le distacca dal loro mondo originario.

È importante tenere presente questi aspetti per comprenderne appieno il significato e l’utilizzo delle opere d’arte antiche.

Il brano citato fa riferimento in modo generico all'”industria dell’arte”, ma include comunque un interessante accenno alla differenziazione dei ruoli ricoperti da soggetti pubblici e privati ​​nei vari contesti e “contenitori” delle opere d’arte.

Il collezionismo moderno: il contesto e la verità dell’arte

Esistono numerosi meccanismi che influenzano le opere d’arte, soprattutto quando si tratta di opere antiche, a seconda delle diverse modalità di contestualizzazione.

Heidegger non favorisce un approccio indifferente al contesto delle opere d’arte, anche se sottolinea che queste non si trovano più nel loro “mondo” originale.

Tuttavia, dato che il contesto originario è in un certo senso irrecuperabile, diventa cruciale il modo in cui le opere d’arte vengono ricollocate nella dimensione attuale.

Secondo il linguaggio di Heidegger, l’emergere della verità dell’arte è determinato dai Bewahrenden (“conservatori”, “verificatori”) delle opere.

I Bewahrenden sono coloro che si prendono cura e si occupano materialmente e intellettualmente delle opere stesse (o meglio ancora, come Heidegger preferirebbe, “spiritualmente”).

Ad esempio, nell’analisi di Heidegger, la “verità” di un tempio greco consisteva inizialmente nell’espressione della “lotta” tra la terra e il mondo (cioè il rapporto tra dei, uomini, animali e paesaggio).

Oggi, poiché questa verità originaria è irrecuperabile, l’assenza delle divinità può essere intesa come la messa in opera di una verità, a condizione che ci sia qualcuno che preservi e “verifichi” l’esperienza di questa assenza.

Il collezionismo moderno: un’analisi breve di Heidegger

Riassumiamo i due punti principali dell’analisi di Heidegger: primo, l’opera svela, più che una bellezza eterna, una verità “storica”.

In linea di principio, l’arte non è un argomento ristretto a un gruppo di “intenditori”, ma è accessibile per la ricerca della verità in un determinato contesto storico.

In secondo luogo, la verità dell’opera dipende dal modo in cui viene conservata e “verificata”.

Da questa prospettiva, il possesso di opere d’arte antiche si presenta sotto una nuova luce: le osservazioni di Heidegger suggeriscono che il mercato delle antichità ruota attorno al tema della verità, dell’autorappresentazione sociale e del godimento estetico.

In questa prospettiva, l’acquisizione di opere d’arte antiche può essere interpretata come un tentativo da parte del collezionista di assumere il ruolo di conservatore e custode della verità.

Il collezionismo moderno: il possesso dell’arte come richiesta di verità

È interessante notare che nelle parole di illustri collezionisti emerge talvolta l’idea di avvicinarsi alla verità attraverso le opere possedute.

Ad esempio, un collezionista di antiquariato ha dichiarato:

“Chi possiede gli oggetti antichi? Idealmente, le persone che li amano veramente: coloro che li visitano nei musei, li studiano, li pubblicano, li conservano, desiderando che rimangano per le generazioni future. Potrebbero non avere un titolo di proprietà legale, ma li possiedono emotivamente. Altri, anche se detengono un titolo legale, li possiedono solo in apparenza”.

Il collezionismo moderno: la passione per l’antico come desiderio di conservare e comprendere (“amare veramente”).

L’appropriazione dell’antico appare come espressione della stessa passione che spinge allo studio e alla protezione; il collezionista si pone sullo stesso piano dell’archeologo e dello storico dell’arte.

Se “amare veramente” gli oggetti antichi diventa un titolo che conferisce, secondo l’autore, un diritto di proprietà più forte di un obbligo legale.

Questo può essere letto come un tentativo di giustificare il collezionismo in un contesto in cui la legalità è diventata il dominio della comunità e del pubblico.

Il collezionismo viene quindi collegato nuovamente al tema della vera e autentica passione.

Secondo un’antica accusa, la gestione pubblica del patrimonio non sarebbe in grado di esprimere lo stesso “vero amore” verso l’arte antica e rischierebbe quindi di non apparire degna della bellezza e del valore delle opere.

Il collezionismo moderno: l’industria del falso

Ma un’altra prospettiva chiama in causa il tema della verità: il mercato dell’antiquariato, infatti, crea l’industria del falso.

A volte si tratta di imitazioni facilmente riconoscibili, mentre in altri casi anche gli esperti hanno difficoltà ad esprimere un giudizio.

L’approccio privato al tema della falsità è spesso condizionato, se non tragicamente stravolto, dal fatto che l’oggetto antico rappresenta per lui il dominio personale – soprattutto se la proprietà di oggetti antichi si mescola a idee confuse di un collegamento diretto con l’antichità, come nel caso di J.P. Getty che credeva di essere una sorta di reincarnazione dell’imperatore Adriano.

Per approfondire: https://www.ilgiornaledellarte.com/articoli/musealia-americana-getty-villa/135012.html

La questione del vero e del falso si pone nell’ambito del mercato dell’antiquariato, ma coinvolge l’intero settore dell’archeologia, generando dubbi anche sugli oggetti autentici.

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